Barbara, la maggiore, racconta al Giornale della Previdenza un impegno professionale diventato tradizione di famiglia.
Barbara da un mese non abbraccia i suoi figli di 7 e 10 anni, in casa è costretta al distanziamento sociale. Con i suoi fratelli-colleghi si sente via whatsapp, nella chat ‘coronavirus’, creata dai sei medici della famiglia Tizzani per condividere l’impegno in prima linea contro il Covid-19.
“Ci scambiamo pareri su quello che sta accadendo, su una malattia che ancora non conosciamo e dobbiamo studiare tutti i giorni, sul campo e attraverso le nuove direttive”, dice Barbara al Giornale della Previdenza, appena smontata dal turno di notte all’ospedale di Rivoli, nel Torinese.
UNA FAMIGLIA IN CAMICE
Specializzata in geriatria, il camice 45enne lavora nella sezione “sporca” del pronto soccorso, dedicata ai sospetti Covid. È la maggiore dei sei fratelli – su undici – che hanno indossato il camice bianco, in una famiglia dove la medicina è una missione.
La saga, anticipata dal settimanale locale La Valsusa, inizia col nonno Felice, medico condotto in Val Sangone ai tempi della Grande guerra, e col padre Pierluigi, per anni primario di Medicina e direttore sanitario a Giaveno.
Nella stessa struttura di Barbara lavora Emanuele, cardiologo, il cui reparto è ora destinato ai malati Covid.
La terza generazione in camice della famiglia Tizzani è completata da Maria, specializzata in Medicina interna, in servizio al pronto soccorso delle ‘Molinette’, Alessandra, geriatria che lavora in Medicina all’ospedale di Cirié, nell’area metropolitana di Torino, Pietro, in forza al pronto soccorso del ‘Giovanni Bosco’ nel capoluogo piemontese assieme a Davide, 35 anni, medico di emergenza-urgenza, il più giovane dei fratelli anti-Covid, appassionato di scrittura.
“EROI? NO, MA RISPETTATECI”
“Nostro padre ci ha insegnato il senso del dovere e tra le nostre priorità c’è il rapporto con i pazienti”, racconta Barbara, che vede nell’empatia lo strumento per rinsaldare quell’alleanza terapeutica “con quanti si ritrovano a essere completamente soli e fragili”.
“Aiutiamo i pazienti – continua il camice bianco – a restare in contatto con le loro famiglie, per cercare di alleviare il senso di solitudine, spiegando loro che stiamo facendo il massimo per aiutarli”.
Ma basta con la retorica degli “eroi in trincea”, sottolinea con forza il medico di pronto soccorso.
“Siamo professionisti – continua – che cercano fare del loro meglio con impegno e dedizione. Vogliamo semplicemente il rispetto che negli ultimi anni è mancato, tra delegittimazione della categoria e violenze nei confronti dei colleghi. Continuo a pensare che il nostro sia il lavoro più bello del mondo. Ricordo ancora come al mio primo incarico fossi sorpresa che mi pagassero per fare un lavoro fantastico”.
PAURA E MOTIVAZIONE
In un reparto Covid, la paura ha la forma di un organismo invisibile che puoi trasportare con te fin dentro alle mura domestiche. “Abbiamo paura, ma sappiamo che fare la differenza è il nostro dovere. Ci preoccupiamo molto – aggiunge Barbara – di come stanno gli altri fratelli e per nostra madre, che rimane il punto di riferimento”. Nonna Rosina, che ha studiato medicina, ma ha dovuto interrompere per badare ai figli.
La paura costante è quella “di contagiare. Di essere l’untore”, scrive Davide in un accorato intervento su ‘empillsblog’, agorà digitale della medicina di emergenza urgenza. Ma il timore è anche “di essere impotente, di essere inadatto. La paura di non essere pronto. Di non essere abbastanza. E di essere solo”, continua nel ‘Report da una trincea qualunque di un paese in guerra’, dove pensieri e riflessioni maturano nella convinzione di continuare a lottare.
Del resto, papà Pierluigi non avrebbe dubbi sul da farsi. “È mancato nel 2015 per una emorragia cerebrale, ma se fosse ancora qua – assicura Barbara – sarebbe rientrato immediatamente in servizio”.
Antioco Fois