
(Foto: ©GettyImages/Amenic181)
Lanciando il sasso nello stagno, sul web ho già avuto modo di affermare il mio ‘no granitico’ all’eventuale passaggio alla dipendenza dei medici convenzionati.
Sgombrando il campo da ogni retropensiero ho detto in premessa che un tale cambiamento interromperebbe il più importante flusso contributivo verso l’Enpam, affondando l’intero sistema pensionistico dei medici e degli odontoiatri.
Dunque è chiaro che la posizione di chi guida l’ente di previdenza non può che essere questa.
Ma la mia è anche una convinzione profonda maturata e confermata in 40 anni di attività come medico di famiglia massimalista e di pediatra. Il concetto chiave che sta alla base di questa convinzione si sintetizza in una parola: fiducia.
Partiamo dalla Costituzione. L’articolo 32 tutela la salute come “diritto fondamentale dell’individuo” e “interesse della collettività”.
La Carta costituzionale mette quindi la persona al centro, nel contesto della sua comunità.
L’assistenza primaria si basa infatti sul diritto alla scelta di un medico di fiducia che possa seguire l’individuo nel tempo, in studio o nella sua casa.
Penso che la possibilità di scegliersi un medico di fiducia e avere libero accesso al suo studio sia parte integrante del diritto individuale alla salute. Tralascio per brevità di ragionamento le considerazioni sull’importanza che il medico lavori in team multiprofessionali, scelga accuratamente i colleghi che possano sostituirlo, si avvalga di collaboratori e che lo studio operi in modalità ‘spoke’ con gli ‘hub’ del territorio dove ci siano gli specialisti e gli strumenti necessari: tutte cose di cui sono altrettanto convinto, ma che, se effettivamente ritenute fondamentali, dovrebbero essere adeguatamente supportate e finanziate.
È evidente che anche lo specialista e il medico ospedaliero debbano avere un approccio globale e fiduciario nell’affrontare il problema della persona cui prestano assistenza professionale.
Il ciclo fiduciario nell’assistenza primaria, però, ha una valenza tutta peculiare, essendo elemento tipico e caratterizzante la sua modalità di problem solving.
La fiducia è alla base della scelta iniziale del medico (non a caso i pediatri, per esempio, si chiamano in modo molto appropriato “di libera scelta”); la fiducia è poi fondamentale per mantenere un rapporto con l’individuo che duri nel tempo e che consenta al suo medico di costruire una visione continuativa del suo stato di salute, basata su una successione di atti, interventi e conoscenze che si stratificano.
Ecco perché il buon medico di famiglia riconosce lo stato di salute del proprio assistito come entra dalla porta dello studio o lo intuisce sentendo un diverso tono di voce al telefono. Ed ecco perché il medico convenzionato riesce a garantire un tale volume di attività professionale a costi predefiniti che sarebbe impossibile pareggiare se la medicina generale fosse gestita con rapporti di dipendenza, tra mansionari e nomenclatore tariffario.
La convenzione, nell’ambito del Servizio sanitario nazionale, è un rapporto a tre: l’individuo, il suo medico di scelta e l’Azienda, che è il terzo pagante (terzo non a caso, perché i primi due elementi sono il paziente e il suo curante). Non è invece un rapporto gerarchico basato sugli ordini di servizio, che partono dall’azienda, arrivano al dipendente e hanno poi ricadute sul paziente, nei luoghi decisi dall’azienda stessa.
Né si configura come un rapporto diretto tra i medici e la collettività. Il medico rende servizio alla comunità, al territorio e alla sua popolazione, mediante il suo essere medico della persona, in un approccio globale fatto di presa in carico e di continuità delle cure.
È dimostrato che l’assistenza primaria sia fondamentale perché funzionino i servizi sanitari nazionali. Ed è chiaro che sul territorio occorra qualità.
Il terreno su cui si poggia il falò della qualità si chiama però vocazione, che va suscitata sin dall’università. Ai giovani va ispirato l’Orgoglio di appartenenza e va fatta capire la Rilevanza sociale della medicina del territorio, che si centra sull’Autorevolezza professionale.
Alberto Oliveti,
Presidente della Fondazione Enpam
Questo articolo è l’editoriale di apertura del n. 2/2021 del Giornale della Previdenza dei Medici e degli Odontoiatri (edizione cartacea)