
Il dottor Marco Biffi e la dottoressa Francesca Taormina mentre svolgono l’attività lavorativa
La vocazione del medico non sbiadisce con gli anni. Da Nord a Sud, i camici bianchi con una carriera pluridecennale mettono a disposizione il loro bagaglio di esperienza e si schierano per fronteggiare l’emergenza coronavirus.
CAMICE, STELLETTE E VOLONTARIATO
Marco Biffi, medico 71enne di Monza ora in pensione, combatte il Covid dopo aver vinto una battaglia personale con un altro virus.
“A causa della vecchia Sars sono andato in coma per tre mesi e sono stato ricoverato per due anni al San Gerardo di Monza”, racconta al Giornale della Previdenza il camice bianco, di nuovo in piedi da un anno e mezzo e subito rientrato in attività come volontario.
Ex direttore sanitario tra Monza e Milano, laureato e specializzato in Igiene e medicina preventiva alla Statale, il medico alterna il camice alla divisa con le stellette da tenente, nell’Associazione nazionale alpini.
Il primo incarico in tempi di pandemia è arrivato a maggio scorso, al ‘Centro informazioni coronavirus’ dell’Azienda regionale, consistente nel rispondere al numero verde per informazioni sul Covid.
“Poi – racconta Biffi – ho partecipato all’allestimento dell’ospedale da campo degli Alpini alla fiera di Seriate, a Bergamo. Date le mie condizioni di salute sono stato reclutato nella logistica e non in campo clinico, per non espormi direttamente al virus”.
In seguito è arrivato il reclutamento per il confezionamento pasti per l’ospedale San Gerardo, assieme a chef stellati di Monza e Brianza, dove il medico sovrintendeva all’igiene del confezionamento e del trasporto degli alimenti.
Il medico “highlander” è tornato al telefono per rispondere alle richieste di aiuto al servizio telefonico allestito dall’Ordine di Monza Brianza.
“La passione per il mio lavoro non è mai venuta meno – spiega Biffi – così come il mio animo per il volontariato. E poi, devo dirlo, andare in pensione a me fa male”.
FILO DIRETTO CON I PAZIENTI
“Chi è medico lo è dalla nascita, da una naturale predisposizione a prendersi cura del prossimo”, dice con decisione Francesca Taormina, 62enne medico di famiglia a Misilmeri, alle porte di Palermo.
In questi giorni non si dà un attimo di tregua.
“Il mio telefono è sempre occupato, di cosa si tratta?”, risponde per messaggio quando la contattiamo per raccogliere la sua testimonianza.
Gli ultimi mesi li ha trascorsi tra visite, triage telefonici, sere impegnate dalla compilazione delle schede-intervista per il tracciamento Covid e – soprattutto – continue telefonate con i suoi 1.400 assistiti.
Taormina non ha ma mai sospeso le visite domiciliari, nemmeno durante il lockdown. “Lavoro dodici ore al giorno, in questo momento non posso abbandonare i miei pazienti”, ribadisce.
Ai pazienti con sintomatologia Covid l’assistenza è costante, per potere assicurare loro il percorso di cura più adeguato.
Assistenza telefonica, sia chiaro, spesso in videochiamata, perché stare a contatto con sospetti positivi, senza dispositivi di protezione, “sarebbe una follia”.
Ma può capitare, ed è capitato, che “per una cattiva comunicazione un paziente ometta di dire di avere la febbre o di essere stato a contatto con una persona poi risultata positiva. Tutti ci possiamo trovare a visitare, impreparati, un paziente che si rivela Covid-positivo”.
Paura, momenti di stanchezza e sconforto non mancano, superati di gran lunga dalla dedizione ai propri assistiti. “Deve sapere che molti dei miei pazienti li conosco da prima che nascessero, da quando seguivo i loro genitori”, dice Taormina, che racconta di aver messo in un cassetto la specializzazione Ginecologia per fare il medico di famiglia in via esclusiva.
“Il medico di medicina generale – conclude – ha anche una funzione sociale. Con me i pazienti si confidano, li incontro per strada, so dove abitano. È come se fossimo legati da un rapporto di parentela e non li abbandonerò per nessuna ragione”.
Antioco Fois