
(Foto: ©Gettyimages/Juanmonino)
La fase 2 è rientrare a casa e rivedere i propri figli. Riabbracciarli dopo settimane di “distanziamento familiare”, che molti medici hanno adottato per azzerare le probabilità di trasportare il Covid da corsie d’ospedale e ambulatori tra le mura domestiche.
Con la flessione della curva dei contagi si attenuano anche le misure di sicurezza adottate dai camici bianchi. C’è chi dopo settimane di isolamento volontario è tornato a vivere con la propria famiglia e chi continua a mantenere le distanze e limitare i contatti con i familiari, finché il rischio contagio non si sarà ulteriormente abbassato.
Ecco le loro storie raccontate al Giornale della Previdenza.
UN MESE E MEZZO LONTANO DAI FIGLI
“La mamma è una dottoressa ed è all’ospedale”. È il mantra che il figlio di Serena Di Maria ripeteva per farsi una ragione nelle settimane di distacco con la madre. Dai primi di marzo, infatti, la cardiologa dell’ospedale di Orvieto aveva deciso di allontanarsi da casa per precauzione.
“Sono stata ospitata gratuitamente in una casa vacanze di Orvieto per sei settimane”, racconta la 36enne di origine siciliana, specializzata all’Università campus biomedico di Roma.
“L’idea di allontanarmi per preservare la mia famiglia da tutti i rischi – continua – l’ho avuta da sola, quando anche nella mia struttura abbiamo iniziato a fare assistenza specialistica a pazienti Covid. Sono davvero rimasta stupita dalla rete di ospitalità che ho trovato in favore dei sanitari”.
Dopo le prime settimane di paura, in attesa del picco della pandemia, emergeva sempre più forte la voglia di tornare a casa.
Fino a che nei giorni scorsi la giovane cardiologa non ha potuto riabbracciare i figli di due e tre anni.
ASSIEME, MA DISTANZIATI
“Com’è tornare alla normalità? Non è ancora normalità, ma almeno dopo i tamponi negativi ho potuto riabbracciare per una volta i miei figli di 8 e 10 anni”.
Il racconto è di Barbara Tizzani, 45enne geriatra all’ospedale di Rivoli, nel Torinese, in servizio nella sezione Covid del Pronto soccorso.
Il nostro giornale aveva raccontato la vicenda della sua famiglia, composta da sei fratelli – su undici – che indossano il camice bianco.
“Sono stati due mesi e mezzo di restrizioni all’inizio molto severe” prosegue il medico.
Nei primi venti giorni dall’arrivo del Covid, di incertezza e paura, “ho mandato i bambini da mia madre, perché non conoscevamo il virus che dovevamo affrontare e non avevamo dispositivi di protezione”.
Settimane di angoscia, “in cui mio figlio piangeva, dicendo di essere stato sveglio tutta la notte per controllare se respiravo. Da quando in ospedale arrivano meno casi e trattiamo forme meno aggressive – conclude Tizzani – abbiamo ripreso a mangiare tutti assieme, ma a casa continuiamo a mantenere distanze e precauzioni”.
DALLA MALATTIA ALLA (QUASI) NORMALITÀ
Da uno degli epicentri del contagio, Luca Rossetto ci aveva raccordato la sua quarantena.
Il 62 enne medico di famiglia di Vo’ Euganeo aveva passato 14 giorni di isolamento fiduciario da fine febbraio, per essere entrato in contatto con pazienti positivi all’infezione.
“Allora ero preoccupato e avevo ragione di esserlo. Avevo contratto il Covid – racconta – in una forma non aggressiva, ma che ha reso comunque necessario un’osservazione di cinque giorni in Malattie infettive”.
“Dopo un mese di isolamento – prosegue – sono poi ripartito al lavoro e tornato a vivere con i miei familiari, ma con alcune precauzioni. Ad esempio gli indumenti che indosso in ambulatorio non entrano nella parte della casa che abitiamo”, dice con serenità il camice bianco.
Oggi la situazione nella zona rossa è sotto controllo, ma la guardia resta alta in famiglia.
Anche la moglie Valeria Renesto, psichiatra, si sottopone a tamponi periodici, mentre la figlia Agnese, allieva della scuola di medicina generale a Ravenna, ha dovuto fare i conti col coronavirus – con un bilancio di 50 giorni di febbre e isolamento – prima di poter tornare alla normalità.
UN PERCORSO “SPORCO” PER ENTRARE IN CASA
Le 24 ore di permanenza blindata all’interno dell’ospedale di Schiavonia, dopo i primi casi di contagio, sono un ricordo lontano per Beatrice Bettini.
La gastroenterologa è in servizio nell’area protetta Covid del presidio padovano, che ha avuto il primo decesso in Italia a causa del virus.
“Era il 21 febbraio – racconta la 50enne – e una volta a casa ho passato quattro giorni chiusa in camera da letto, prima di avere l’esito negativo del tampone”.
È l’inizio di un periodo di angoscia, studio senza sosta e turni infiniti in ospedale, che ha dettato anche regole ferree di separazione domestica.
“Nonostante l’emergenza, nel mio ospedale mi sono sentita sempre protetta e ho quindi deciso di restare a casa, ma dormendo in una camera separata e usando un bagno in via esclusiva”, spiega il medico specialista.
Al ritorno dal reparto rimane ancora adesso da rispettare un percorso “sporco” per entrare a casa, prima di frequentare gli spazi in comune col marito – medico di medicina generale – e con i figli di 12, 18 e 22 anni.
“Giusto lunedì ho fatto il tampone, risultato negativo, ma – conclude – penso che la normalità tornerà anche in famiglia solo quando ci sarà il vaccino”.
ASSISTERE AL PARTO IN VIDEOCHIAMATA
Claudio Galizia nei lunghissimi turni per combattere il Covid ha visto nascere il figlio in videochiamata.
L’anestesista di 35 anni, che si occupa anche di pazienti Covid al Cto di Napoli, ricorda bene il 21 marzo mentre, vestito con tuta e paramenti antivirus, lavorava alla stabilizzazione e al trasferimento di un paziente che aveva contratto l’infezione.
In quegli attimi non poteva rispondere al telefono, che aveva all’altro capo la moglie in attesa del primo figlio.
Vittoria Piccoli, 32 enne specializzanda in Anestesia, si era messa in strada verso l’ospedale per l’inizio del travaglio.
Galizia riesce comunque a starle accanto grazie a un collega che in sala parto fa partire una videochiamata, permettendogli di assistere ai primi attimi di vita di Davide, che di secondo nome fa Biagio, come il nonno, anche lui anestesista venuto a mancare di recente.
“Ho osservato l’isolamento – spiega Galizia – nonostante fossi un ‘sorvegliato speciale’ e facessi il tampone ogni 15 giorni. Quando prendevo in braccio il bimbo lo facevo con la mascherina. Ora abbiamo allentato le misure e stiamo tornando alla normalità. In questa vicenda l’eroina però è mia moglie, che si è comportata con grande coraggio”.
LA PRIMA VITTIMA PER PAZIENTE
Una ripartenza con cautela per Carlo Peruzzi, anch’egli medico di famiglia di Vo’ Euganeo che a febbraio aveva raccontato la sua quarantena al Giornale della Previdenza. Nel suo elenco di assistiti c’era anche Adriano Trevisan, la prima vittima del Coronavirus in Italia.
Peruzzi racconta di essere tornato al lavoro dopo i 14 giorni di isolamento fiduciario. I suoi famigliari invece vivono ancora a Este, in provincia di Padova, separati.
Gli incontri avvengono con la mascherina indosso, finché la curva del contagio non avrà segnato un nuovo abbassamento.
“A giungo – commenta Peruzzi – vedremo l’andamento e valuteremo”.
Antioco Fois