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Indossare il camice a Lampedusa significa stare sul confine fragile che separa la speranza e la morte. In quel punto sulla cartina del Mediterraneo, al centro delle rotte dei migranti “è come stare in guerra”, racconta al Giornale della previdenza Veronica Billeci, da due anni medico del servizio di continuità assistenziale di Lampedusa impegnata sul fronte dell’emergenza sbarchi. Medico di medicina generale, la 34enne dottoressa di Partinico, in provincia di Palermo, ha iniziato l’attività professionale nel 2016, con il progetto di aprire il suo studio da medico di famiglia nel 2023.
“Ci troviamo ad assistere file lunghissime di umana disperazione. In estate ci sono anche più di 20 sbarchi al giorno, ma anche a dicembre e gennaio, con il mare favorevole, c’è stata una media quotidiana di 12-14”, spiega Billeci, che si è unita alla piccola equipe dei sanitari di Lampedusa “per una particolare sensibilità umana ai temi dell’immigrazione e dell’integrazione”.
CENTINAIA DI OCCHI NELLA NOTTE
“Il mio primo servizio a Lampedusa è stato nel febbraio 2020, di notte. Eravamo stati allertati dalla Guardia costiera – continua il racconto – poi nel buio abbiamo iniziato a scorgere tanti pallini bianchi. Erano gli occhi sbarrati dei migranti che si avvicinavano a bordo di un barchino. Centinaia di volti stremati, di persone che in marniera molto ordinata scendevano a terra e seguivano le indicazioni delle forze ordine”.
Nel molo trasformato in un locale per il triage a cielo aperto, la priorità va ai pazienti gravi, che bisogna trasferire in ospedale con l’elisoccorso. Di quelle fiumane di sopravvissuti del mare, i medici segnalano i cronici che devono seguire terapie, le donne incinte e i minori. “Alcuni di loro – spiega Billeci – attraversano il Mediterraneo anche solo per accedere all’assistenza sanitaria”.
Sull’isola i turni sono continui, il tempo a disposizione dei sanitari è poco e il dialogo con i pazienti necessita l’aiuto di assistenti sociali e di un mediatore culturale. “Negli ultimi anni sono stati fatti grandi passi – dice il medico di medicina generale – ma nel poliambulatorio di Lampedusa siamo un numero limitato di sanitari, con poca strumentazione per gestire emergenze”.
LA FIUMANA DI PAZIENTI
Dalla fiumana dei migranti, le storie personali emergono prima di tutto dalle ferite. Raccontano di traversate nel deserto e poi via mare, della lotta contro il freddo, la fame e la sete, spalla a spalla con un compagno di viaggio ormai esanime da ore o tenendo in braccio il proprio bambino che ormai non ce l’ha fatta.
“Negli ultimi mesi sono giunti al molo ragazzi in ipotermia, uomini e donne abusati, naufraghi, ustionati gravissimi, piccoli corpi carbonizzati. Scene inenarrabili per un Paese occidentale del Ventunesimo secolo”. Scene impreviste anche agli occhi di un medico. “Prima di doverle trattare per lavoro – racconta Billeci – non avevo idea che ci potessero essere ustioni chimiche da idrocarburi, di persone che hanno passato ore in un barchino in cui si è rovesciata una tanica di carburante. Quando li vedi vestiti, inizialmente non pensi che sotto gli abiti la loro pelle possa essere ustionata”.
Ma i medici di Lampedusa raccontano anche le ferite invisibili, lasciate dalle violenze psicologiche subite, dalle disavventure affrontate, dal peso del senso di colpa per essere sopravvissuti ai propri compagni di viaggio. Fragilità, sostiene la dottoressa in servizio sull’isola, che spetta ai medici riconoscere.
LA VITA E LA MORTE
E poi c’è chi non ce l’ha fatta, che ha perso la vita in quel tratto di mare trasformato in un cimitero dell’immigrazione. “Nell’ultimo mese ho visto tanti, troppi bambini morti, come non mi era capitato in due anni”, dice Billeci.
L’ultima piccola vittima è una bimba di quattro anni, morta annegata dopo un naufragio. Quando il suo piccolo corpo è stato messo a disposizione dei sanitari sull’isola, non c’era più niente da fare.
Ma sul confine sottile di Lampedusa, la cronaca racconta anche storie di vita.
Quella di Fatim, ad esempio, la bimba che per nascere non ha voluto attendere nemmeno l’attracco della motovedetta della Guardia costiera, che a dicembre scorso ha soccorso la madre – originaria della Costa d’Avorio – assieme ad altre 42 migranti. La bimba è nata sul pavimento sottobordo dell’imbarcazione.
“Per una volta – commenta Billeci – ho sentito come un senso di rivincita. Per una volta aveva vinto la vita”.
Antioco Fois