L’iron man del nuoto paralimpico e della chirurgia si divide tra due corsie: quella di una piscina e quelle dell’ospedale.
“Sono un ‘uomo d’acciaio’ anche perché ho subito una serie di interventi ortopedici e ho diversi dispositivi impiantati. Una parte di del mio corpo è diventata bionica”, scherza Marco Dolfin.
Il chirurgo ortopedico torinese e atleta paralimpico scherza col Giornale della Previdenza commentando il titolo della sua biografia, ‘Iron Mark’, scritta dal fratello Alberto.
“Ma il riferimento all’acciaio è legato soprattutto alla mia testa dura”, continua il camice bianco, tenace di un senso pragmatico che non disdegna l’ironia.
Un senso di ostinazione che gli ha permesso di muoversi nella nuova dimensione in cui l’ha costretto l’incidente stradale di dieci anni fa, nell’ottobre 2011, quando l’allora 30enne – erede professionale di una famiglia di medici – si era da poco specializzato in Ortopedia e aveva preso servizio da due settimane al ‘Giovanni Bosco’ del capoluogo piemontese.
UNA NUOVA DIMENSIONE
L’incidente in motocicletta “non lo vedo come un accanimento del destino. Si tratta – spiega Dolfin – di un qualcosa che mi ha cambiato l’esistenza, ma che non posso modificare in nessun modo. Posso soltanto trovare la miglior soluzione per adattarmi”.
“La vita mi è cambiata – continua il chirurgo – e mi sono impegnato per capire come far fruttare al meglio quello che è rimasto funzionante. Con quale modalità fare le stesse cose di prima”.
Su una sedia a rotelle Dolfin ha imparato nuovamente a stare in sala operatoria.
“Il primo intervento è stato di routine, per la rimozione di una placca e delle viti dal perone di un paziente”, dice il camice bianco ricordando la prima esperienza della sua nuova vita da medico.
Da allora, infatti, ha ripreso a operare grazie a una nuova carrozzina “verticalizzabile”, che lo mantiene in posizione eretta e gli permette di svolgere interventi complessi, come gli impianti di protesi di anca e ginocchio, o di traumatologia.
IL SOGNO DELLE OLIMPIADI
Quello schianto sull’asfalto, dieci anni fa, ha “cambiato la mia percezione nell’affrontare la professione medica”, ma non ha spento il sogno di bambino di partecipare alle Olimpiadi.
“Sono sempre stato sportivo – ricorda Dolfin – e volevo tirare fuori qualcosa di positivo da un evento così spiacevole. Questa mia nuova condizione mi ha dato la possibilità di competere ad alto livello con i migliori al mondo in una disciplina. Pensavo sarebbe stato più facile, ma mi sono dovuto scontrare con l’alto livello competitivo degli atleti paralimpici e mi sono dovuto allenare in maniera molto seria”.
I risultati sono arrivati nei 100 metri rana, categoria SB5, nei quali ha portato a casa un bronzo ai campionati europei di Funchal 2016. Nello stesso anno è arrivata la finale e poi il quarto posto alla Paralimpiade di Rio e, nel 2018, l’argento agli Europei di Dublino.
LA TESTIMONIANZA
“Il mondo della disabilità ha mille sfaccettature”, dice il chirurgo nuotatore. Dall’esplorazione della sua nuova dimensione e dalla ricerca di mezzi e strategie per attraversarla, è nato uno scambio con altri medici che vivono le stesse difficoltà.
“Nella prima fase ho ricevuto l’aiuto di altri colleghi. Ora ad esempio – continua – mi ha contattato un chirurgo indiano, che ho aiutato nella scelta della carrozzina”.
Anche la biografia di Dolfin ha proprio questo intento: “essere una testimonianza, condividere la mia esperienza e restituire il favore a tutti quelli che mi hanno aiutato me”.
Parole di un uomo che ha lottato per superare i limiti imposti dalla disabilità e ha voluto lasciare nero su bianco la propria esperienza.
La testimonianza di un chirurgo, di uno sportivo, di un esploratore.
Antioco Fois