
Soccorritori al lavoro dopo la strage (Foto: ©ANSA)
I medici che il 2 agosto 1980 intervennero per prestare le cure ai feriti della bomba alla stazione raccontano al Giornale della previdenza gli attimi drammatici, lo scenario di guerra e l’eccezionale risposta dei camici bianchi.
C’è voluta meno di una giornata per gestire l’emergenza clinica seguita all’esplosione alla stazione di Bologna, che fece 85 morti e 200 feriti. Ma a distanza di quarant’anni una ferita rimane aperta e profonda nella memoria. I medici che il 2 agosto 1980 intervennero per prestare le cure ai feriti della bomba che aveva sventrato un’ala della stazione ferroviaria raccontano al Giornale della previdenza gli attimi drammatici, lo scenario di guerra e l’eccezionale risposta dei camici bianchi, gli angeli della strage di Bologna.
ORE 10.25: CALMA, POI IL BOATO
“Sì cara, oggi è una giornata tranquilla, penso che presto sarò a casa”. Poco dopo quella telefonata fatta alla moglie da Domenico Garcea, chirurgo dell’Ospedale Maggiore di Bologna, tutta la città sentì un boato. Una caldaia forse, si pensava sulle prime. Ma fu chiaro da subito che si poteva parlare di strage, con una terribile emergenza da gestire.
Era un sabato di agosto, un sabato caldissimo, quando mezza Italia era in vacanza o passava per Bologna per andarci. Il medico reperibile, appena 32enne, già specializzato in chirurgia vascolare, raccolse l’ordine della mobilitazione generale: richiamare tutto il personale e liberare quanti più letti possibile in chirurgia. “Chiedemmo a chi poteva di rivestirsi e tornare a casa”, racconta il camice bianco.
“Arrivarono soprattutto traumatizzati e ustionati. Ricordo un ragazzo scandinavo – prosegue Garcea – bello come un Apollo, ustionato per il 90 per cento della superficie e un bimbo di undici anni, solo, che mi guardava con gli occhi di un animale ferito. Immagini che ci hanno fatto sentire impotenti”.
Uno scenario di guerra, dice il camice bianco rievocando l’immagine della stazione, che vide una volta uscito dal reparto, molte ore dopo: “Quel giorno capii cosa può accadere in un bombardamento”.
CHIAMATA GENERALE
L’ordine di rientrare è per tutti i camici bianchi. Chi è di riposo, chi in ferie, tutti.
“Ero in vacanza a Milano Marittima”, racconta Maurizio Boaron, chirurgo che pochi mesi dopo concluse la specializzazione in chirurgia polmonare. L’ordine è arrivato per radio, “e mentre ero in barca siamo stati abbordati da una lancia della Guardia costiera, che mi ha prelevato per permettermi di ritornare al Maggiore. Ci sono arrivato in moto, praticamente in costume da bagno”, continua il medico, rimasto poi a disposizione tutto il giorno per eventuali casi di lesioni polmonari.
UN BUS CARICO DI MORTI E FERITI
Al Maggiore i pazienti arrivano a ondate. Sulle ambulanze, con le auto private, accatastati sugli autobus. Il 4030 della linea 37 passerà alla storia come il bus della morte, usato per il trasporto dei cadaveri.
“Mi affacciai sulla rampa del pronto soccorso per vedere cosa ci aspettava e lo vidi, con le porte aperte e corpi infiltrati dentro alla rinfusa. Un braccio che penzolava da una porta aperta”.
Una scena difficile da richiamare alla memoria, ammette Domenico Salcito, all’epoca 35enne specializzato in chirurgia toracopolmonare, assistente in una delle due divisioni di chirurgia guidata da Michele Fiorentino.
“L’atrio dell’ospedale si era trasformato in una distesa di barelle pronte ad accogliere i feriti. Alcuni erano già morti – racconta Salcito – altri mezzi distrutti. Mi trovai a selezionare quelli che potevano affrontare la sala operatoria, ma qualcuno non ci arrivò nemmeno, morì nel tragitto in ascensore verso il 13esimo piano”.
I rinforzi non sono ancora arrivati ed è necessario infilare i guanti in tutta fretta per operare.
“Passai il giorno e la notte in sala operatoria. Mi dedicai al ragazzo – spiega Salcito – che aveva un buco nel torace, attraverso il quale si era erniata la milza, con lesione del diaframma e collasso polmonare”.
Il giovane si chiamava Peter, era in viaggio con la madre e si trovava in stazione per caso, per un cambio di treni. “La mamma – ricorda il medico – mi scrisse una lettera per ringraziarci. Parlava della nostra generosità, mai della bomba”.
LACRIME E DETERMINAZIONE
Dall’esterno arrivano le notizie più disparate, regge ancora l’ipotesi della caldaia. Sulle barelle cigolanti entrano in Rianimazione due bambine ustionate. Impossibile trattenere l’emozione.
“Erano completamente nere, quando le ho viste ho sentito gli occhi riempirsi di lacrime. Erano due sorelline, di 3-4 anni, le prime che hanno portato. Fortunatamente stavano meglio di come non sembrasse e si salvarono, la mamma invece morì”, è il ricordo di Maria Teresa Fiandri, al tempo aiuto responsabile del reparto diretto da Paolo Nanni Costa.
“Trattenni l’emozione – continua il medico con la solerzia dell’accento emiliano – e andammo avanti spediti per tutto il giorno. Avevamo già fatto spostare tutti i pazienti che non erano ventilati per liberare posti letto. Lavoravamo bene insieme, come medici, ognuno tirò fuori il meglio di sé”. Sopravvisse anche un ragazzo spagnolo ustionato, curato in maniera così amorevole da un’infermiera altoatesina che tempo dopo al reparto arrivarono le partecipazioni per il loro matrimonio.
“È un evento che ci ha segnato la vita nel profondo – aggiunge – e quando si iniziò a parlare di bomba l’angoscia moltiplicò. Dal punto di vista umano, tutti gli ospedali avevano accolto tutti i malati, non avevamo strutturato un sistema di emergenza del territorio, ma fu una specie di molla per metterlo a punto”.
L’EMBRIONE DEL 118
“Arrivai in ospedale dopo la bomba, di corsa, e molte cose erano già state fatte”. Nelle parole di Lino Nardozzi, allora vicedirettore sanitario dell’Ospedale Maggiore, c’è la descrizione di una rivoluzione razionale, frenetica ma irrealmente ordinata. Il pronto soccorso diretto da Aristide Galliani trasformato “in un grande dipartimento polispecialistico, la Dermatologia riaperta e operativa col primario Arturo Longhi di rientro dal Garda. In Rianimazione e Chirurgia stavano liberando quanto più posti letto possibile”.
Nardozzi era un vicedirettore di 35 anni, con tre specializzazioni in tasca e una pistola Beretta nella fondina. “Che portavo solo se dovevo uscire la notte”, precisa. Perché sono gli anni del terrorismo, del fermento extraparlamentare, delle bombe e degli attentati ai treni.
La stazione è uno sconquasso di calcinacci e rottami. Quando si sposta una trave c’è un corpo, un ferito se va bene. Collegato per radio c’è Marco Vigna, “allora un giovane infermiere professionale, che avevo messo a capo del Cepis (centro pronto intervento sanitario) e che diventerà uno dei più grandi esperti di soccorso. Quel giorno – dice Nardozzi – faceva il triage sul posto per smistare i feriti nei vari ospedali cittadini. Là era arrivata anche un’equipe di rianimatori dal Traumatologico e dal Rizzoli”. Alle 18 al Maggiore arriva il Presidente Sandro Pertini, che uscirà in lacrime dalla visita alla Rianimazione.
La giornata trascorre d’un fiato, fino alle 2 di notte, quando la situazione è stabilizzata e si iniziano a mandare a casa i medici e donatori di sangue, accorsi oltre il necessario. “È stata un’incredibile prova di efficienza – ricorda il medico – col contributo di una città solidale, nel pieno spirito bolognese”.
Dallo sfacelo del 2 agosto nacque il trauma center dell’ospedale Maggiore e si fece strada un nuovo modello di soccorso. Al servizio di coordinamento delle ambulanze, il Cepis, venne affiancato poi un numero unico, che divenne 118 nel ’90, in occasione dei mondiali di calcio e che due anni dopo diventò numero unico di chiamata sanitaria a livello nazionale.
2 AGOSTO, PRIMO SABATO DI LAVORO
“Proprio quello è stato il mio primo sabato di lavoro all’Ospedale Bellaria”, è il ricordo di Giuseppe Di Pasquale, allora 28enne specializzato in cardiologia, al primo incarico come aiuto cardiologo.
“Avevo preso servizio da pochi giorni – spiega il camice bianco – e mentre ero in laboratorio risposi a una telefonata del vicedirettore sanitario, che mi disse di avvisare tutti quanti, che nessuno vada via dall’ospedale”.
“Bellaria era l’ospedale della neurochirurgia – ricorda Di Pasquale – e quel giorno ci si occupò soprattutto di lesioni craniche, mentre io fui impegnato soprattutto in consulenze cardiologiche ai pazienti che dovevano essere ricoverati. Ricordo il terrore negli occhi dei feriti per quello che avevano visto”.
Al primo flusso di pazienti “i neurochirurghi, esperti in lesioni da armi da fuoco – precisa il medico – ci dissero che sicuramente c’era stata una bomba. I feriti emanavano un odore tipico di polvere da sparo”.
VIVO PER UN CAFFÈ
L’odore acre dell’esplosione si è impresso anche nei ricordi di Franco Baldoni, che era in stazione quando una valigetta con dentro una bomba ha fermato l’orologio esterno alle 10.25.
“Fui investito da una folata di polvere e calcinacci. E poi quell’odore di polvere da sparo, che riconobbi subito, al tempo ero un cacciatore”, racconta il medico, all’epoca 37enne, specializzato chirurgo, assistente di uno dei reparti di chirurgia del Maggiore diretti da Galeazzo Mattioli.
“Andavo a Riccione – racconta – e fu un caffè a salvarmi la vita. Smontavo dalla notte e mia moglie mi chiese se volevo un caffè. Ma l’avevo preso poco prima in ospedale, offerto da Maria Dolores D’Elia, infermiera. Per questo allo scoppio della bomba non mi trovavo al bar, ma sul sesto binario”.
“Ho accompagnato a casa mia moglie, passando per l’inferno della stazione – continua il medico – e sono subito tornato in ospedale”.
IL CAMICE CADUTO
Andava verso il bar, invece, Vito Diomede Fresa, 62 anni di Bari, medico impegnato nella ricerca sul cancro e direttore dell’Istituto di patologia generale alla facoltà di Medicina del capoluogo pugliese. Era partito il giorno precedente per una vacanza in montagna, per evitare il traffico dell’autostrada, ed era in stazione con parte della famiglia, in attesa di un treno per le Dolomiti. Assieme a lui hanno perso la vita la moglie, Errica Frigerio, insegnante di Lettere di 57 anni, e il figlio di 14, Francesco Cesare.
“Mio padre era uno studioso di altri tempi, che dedicava anima e corpo alla ricerca, alla sua professione e negli ultimi anni si era concentrato sopratutto sull’insegnamento universitario”, racconta Alessandra Diomede Fresa al Giornale della previdenza.
La figlia, che in quel terribile 2 agosto, da 19enne universitaria in Lingue, non si trovava assieme alla famiglia, ma su un altro treno, di ritorno da un viaggio in Inghilterra. “Mio padre aveva un ruolo molto importante in città. L’Università gli ha poi intitolato un collegio e i colleghi, molto affettuosi, una borsa di studio a suo nome”, aggiunge Alessandra.
Le ricerche di Vito Diomede Fresa hanno spaziato nei campi della fisiopatologia, biochimica, istologia patologica, ematologia, radiobiologia, microbiologia e sopratutto oncologia.
Il Presidente Pertini gli conferì in memoria il Diploma di medaglia d’oro ai Benemeriti della scuola, della cultura e dell’arte. “Ho parlato molto raramente con i giornali – conclude Alessandra – e lo faccio con una rivista rivolta alla categoria perché si possa ricordare sia quell’evento terribile che la figura di mio padre”.
L’impegno nel preservare la memoria, domenica prossima, nel 40esimo anniversario della strage, porterà a cambiare il nome alla stazione in “Bologna 2 agosto”. La richiesta di verità rimane invece rivolta alle indagini.
Dopo la condanna di esecutori materiali e responsabili dei depistaggi, è in corso un’inchiesta sui presunti finanziatori di uno degli eventi più traumatici della storia del nostro Paese.
Antioco Fois