Caro Presidente,
quanto affermi nell’editoriale (Giornale della previdenza dei medici e degli odontoiatri, 2, 2021) non mi sembra proprio corrisponda alla realtà sul campo anche se è così che dovrebbe essere. Assistenza primaria dovrebbe basarsi sulla scelta di “un medico di fiducia” ma così nei fatti non è. Quando il cittadino va all’Asl per la scelta gli dicono chi ha posto non chi vuole scegliere. Idem per il “pediatra di libera scelta”, che libera non è perché ti assegnano chi ha posto. Questo perché i medici di famiglia lavorano in regime di monopolio e a volte in studi fatiscenti. Se venisse liberalizzato il numero dei medici sul territorio e lavorassero in regime di concorrenza con libertà di orari, forse le cose cambierebbero. Per avere più pazienti avrebbero studi più belli decorosi e accoglienti, magari avrebbero una segretaria/assistente per fissare appuntamenti e accogliere i pazienti, magari riprenderebbero a fare le visite domiciliari, e in questo modo, in libera concorrenza (come i dentisti e gli specialisti privati), uno avrebbe 300 pazienti (e si domanderebbe il perché) e l’altro magari 2000 (e si doterebbe di collaboratori).
Francesco Viviani, Novara
Caro Collega,
grazie per la tua lettera che mi dà occasione per proporre alcuni spunti di riflessione.
Sostieni che quanto affermo nell’editoriale non corrisponda all’odierna realtà sul campo, anche se è così che dovrebbe essere.
Fammi dire che non tutto sul campo ora è così. Ma non possiamo fermarci all’oggi: valutiamo bene quanto c’è – e c‘era ieri – di buono e di meno buono, per impostare una traiettoria di cambiamento migliorativo nel futuro.
Personalmente ho esercitato quarant’anni questa professione con grande passione, sempre perseguendo la corretta relazione di fiducia tra medico e paziente.
Della tua prima affermazione prendo quindi il concetto che è così che dovrebbe essere la realtà del campo, sia rispetto alla logica sia rispetto alle regole in vigore.
Nelle sedi dove si va a scegliere il proprio medico, dovrebbero per esempio esserci liste con le caratteristiche operative dei professionisti (orari, modalità di esercizio, riferimenti, qualifiche), gli uffici di relazioni con il pubblico dovrebbero curarne l’aggiornamento costante, le graduatorie dovrebbero essere aggiornate, i corsi di formazione specifica indetti per tempo, gli accordi convenzionali rinnovati alla scadenza, le convenzioni assegnate nelle zone carenti, il finanziamento sufficiente per garantire una quota capitaria dignitosa e la copertura dei costi incrementati di gestione, la motivazione a fare il medico di medicina generale o il pediatra di libera scelta incentivata sin dalla fase formativa del futuro professionista.
E tanto altro ancora.
Questo dovrebbe fare in modo tempestivo e lungimirante chi programma e pianifica il Servizio sanitario nazionale di un Paese progredito.
Purtroppo però così non è, e quindi cosa dobbiamo fare, andare alla deregulation del rapporto professionale per combatterne la progressiva dequalificazione? Ritornare ai “verdi pascoli” delle mutue, utili per arrotondare un po’ gli scarsi guadagni del pubblico? Abbandonare l’idea di un corretto dimensionamento e di una ripartizione capillare degli studi medici? Personalmente, non credo sia questa la soluzione.
Credo nell’esigenza della qualificazione professionale, misurabile e misurata, per instaurare un corretto rapporto di fiducia, nell’esercizio in team multiprofessionali per un’appropriata presa in carico delle cronicità e delle multi-patologie, nel corretto rapporto e confronto tra vari livelli di assistenza e cura, nell’amplificazione delle competenze e delle informazioni con l’uso della tecnologia, nel premio del merito professionale valutato su percorsi, processi e risultati appropriati. Credo che un’assistenza territoriale di qualità, centrata su una relazione medico paziente basata sul ciclo di fiducia, garantisca meglio l’individuo e la comunità rispetto a quella per singoli cicli di malattia, sia in termini di salute che di costo. Credo che un Ssn equo, universale e sostenibile dipenda anche da una buona assistenza primaria.
Poi ci vuole una giusta programmazione e pianificazione da chi ha questo dovere, un giusto compenso, un giusto finanziamento dei fattori produttivi di assistenza efficiente, una giusta formazione alla professione.
Appunto, fare la cosa giusta, la declinazione pratica del senso etico di una professione.
Comunque meglio parlare, confrontarsi, dibattere, provocare, magari litigare, che assistere in silenzio a uno scempio di portata epocale come quello della deriva della medicina generale di questo Paese, abbandonata a un’inerzia senza scelte, sia di indirizzo (se pensiamo a come sia mortificata la vocazione del futuro medico di famiglia nel percorso formativo) che di gestione e finanziamento.
Alberto Oliveti
Presidente Fondazione Enpam