Ci sono tanti medici di famiglia che purtroppo vorrebbero la dipendenza, e perché? L’attuale ripartizione dei medici in rapporto alla popolazione crea un clima di concorrenza a volte sleale tra i sanitari, a volte vengono premiati quei sanitari che assecondano le richieste dei propri assistiti a scapito di altri corretti. Avere poi un massimale di 1500 crea anche una dispersione delle forze. Forse sarebbe meglio portare il massimale a 1000 aumentano la quota capitaria! Portando quindi il rapporto di un medico di famiglia ogni mille abitanti si avrebbe sicuramente una migliore qualità sia del lavoro dei sanitari sia un miglior servizio reso ai propri pazienti! Permettere ai medici di famiglia di lavorare meglio sarebbe il miglior modo di migliorare la qualità della Sanità Italiana.
Giacomo S. Branciforti, Catania
Caro Collega,
sulla necessità di migliorare la qualità del lavoro sono perfettamente d’accordo. La contraddizione direi quasi schizofrenica in cui è finita la medicina generale è ben evidente: la professione negli anni è stata letteralmente asfissiata nonostante i medici di famiglia vengano chiamati a svolgere un ruolo nodale di “prima cernita” delle situazioni per individuare il percorso clinico da costruire.
Il problema va risolto alla radice. Il concetto di ridurre il numero dei pazienti da seguire è condivisibile, specie in un momento storico come questo in cui siamo stati lasciati completamente soli a lavorare. Ma non sarebbe un intervento risolutivo.
Il disagio che esprimi e che credo sia condiviso da molti colleghi è frutto di una somma di errori di programmazione, di pianificazione, di carenza di supporto ai quali noi medici abbiamo ovviato negli anni da soli con il risultato che siamo stati letteralmente sommersi da un carico burocratico di adempimenti che convergono tutti sulla figura del medico di famiglia e lo facciamo senza il numero adeguato di personale. Non siamo stati messi nelle condizioni di avere abbastanza personale amministrativo, per non parlare degli infermieri, né tanto meno le aziende hanno predisposto infrastrutture digitali adeguate.
Il tempo sottratto alla professione che è tempo sottratto ai problemi di salute dei pazienti diventa alla lunga il fattore che deteriora la professione svuotandola della reale motivazione.
Dobbiamo invertire la rotta e riprenderci la qualità: è impensabile che la medicina di famiglia che è quella del problem solving non venga insegnata nel corso universitario, non è accettabile che la specializzazione sia pesata per il valore che le viene assegnato (un medico in formazione prende 800 euro contro i 1600 euro di uno specializzando).
Ben venga dunque una riforma della medicina di famiglia, ma che sia un cambiamento radicale di visione, di organizzazione, di pianificazione, di integrazione operativa tra professionisti che non sacrifichi certamente il buono che c’è: la prossimità come reale aderenza ai bisogni dei cittadini, il rapporto di fiducia e la libera scelta del paziente.
Se nella tua lettera intendevi suggerire l’abbassamento del massimale di 1500 pazienti a 1000 trasformando quest’ultimo in un nuovo tetto uguale per tutti, tieni presente che la separazione tra massimale e ottimale è stata pensata per incentivare il confronto tra professionisti perché la perdita completa di competizione rischia di appiattire verso il basso. È chiaro però che se la competizione si gioca su chi accontenta di più i pazienti in qualsiasi tipo di richiesta, come tu stesso sottolinei, la partita della qualità si chiude in negativo.
Di certo la soluzione non può essere quella di togliere ogni stimolo al confronto tra medici né tanto meno quella di un’organizzazione delle cure basata unicamente sulle case della salute dove il paziente non può scegliere da chi andare.
La competizione va costruita dunque su altri presupposti: sarà necessario per ogni studio o AFT o casa della comunità misurare i risultati (gli outcome), non mi riferisco solo alla performance, che in questo ambito della professione medica non è sempre misurabile, ma anche agli indicatori di struttura e di processo e cioè cosa si mette in campo e come si seguono i percorsi.
Alberto Oliveti
Presidente Fondazione Enpam