Egregio Presidente, ho letto con interesse l’articolo relativo alla possibile conversione in dipendenza del contratto di lavoro per i medici convenzionati.
Personalmente non riesco a condividere il “no granitico” in merito alla suddetta ipotesi perché il punto centrale non è come garantire il buco contributivo che potrebbe derivarne per la Fondazione, ma piuttosto cruciale è la riforma della medicina territoriale che resta la trincea ancora assediata in questo tragico frangente.
Dichiarare il “no granitico” senza già una proposta operativa di questa riforma, rischia di sembrare meramente un preconcetto, pure a scapito di tutto il Suo proficuo impegno in Fondazione.
Francesco Ciociola, Milano
Caro Collega,
il “no granitico” ha evidentemente colpito, ed era giusto l’obiettivo di questa mia stentorea affermazione.
Come presidente di Enpam confermo che, per la tenuta della nostra autonoma sostenibilità previdenziale, la priorità sia quella di evitare il passaggio alla dipendenza dei nostri contribuenti convenzionati. Credo sia inutile dilungarsi sul perché, dato che la Fondazione tutela in senso previdenziale il reddito da lavoro autonomo dei propri iscritti, e quello da rapporto parasubordinato col Ssn ne costituisce la quota contributiva maggiore.
Concordo con te sull’esigenza di una riforma della medicina territoriale, che passi per un riammodernamento ed una implementazione della “medicina di base”, con la costituzione di presidi territoriali capillari di team multiprofessionali che si riferiscano al distretto e all’ospedale per garantire un percorso coordinato per il paziente/assistito.
Continuo a pensare che il cuore della medicina del territorio sia lo studio del medico di famiglia e mi auguro che resti sempre il rapporto fiduciario tra cittadino e medico di libera scelta, con un cittadino che mantenga il suo diritto ad avere libero accesso all’opera assistenziale di un libero professionista giuridicamente parasubordinato tramite il rapporto di convenzione, in ossequio alla quale fornisce all’Azienda la sua struttura e il suo modello organizzativo professionale all’interno del sistema delle cure primarie.
Negli ultimi tempi ho definito il medico di assistenza primaria, usando volutamente termini desueti ma conosciuti dalla politica, come “primario del suo reparto di medicina fiduciaria della persona”. Questo per significare l’inderogabile esigenza di un lavoro in team multiprofessionali in cui, però, tutti i suoi componenti siano allineati nel comune interesse – prima professionale e poi remunerativo – di prendersi in carico le problematiche degli assistiti per fornire quante più possibili risposte sul territorio.
Il volume di attività medica a costo contenuto, la capillarità degli studi professionali e la prossimità di assistenza clinica (klinè= letto), sono determinanti per l’efficacia pratica, l’efficienza e l’appropriatezza di questa assistenza primaria.
Suo punto fondamentale è la continuità assistenziale a ciclo di fiducia, a differenza della presa in cura a ciclo malattia, talora tempo-dipendente, correttamente praticata in ospedale o dagli specialisti.
Appare evidente che l’uso delle conoscenze degli eventi passati o delle circostanze personali, familiari, lavorative e relazionali, permetta di effettuare una valutazione più approfondita dei problemi di salute e quindi un piano di risoluzione e cura adeguato, senza incentivi al consumismo sanitario e all’invadenza della tecnologia con il moltiplicarsi delle prestazioni, semmai contenendo aspettative e pretese improprie.
Non credo che la dipendenza garantirebbe la stessa disponibilità, lo stesso costo del notevole volume di atti professionali svolti (anche solo considerando la ricettazione e la certificazione…) e la stessa prossimità. E lo stesso gradimento da parte dell’utenza.
Per quanto riguarda la pandemia, è stato detto che hanno funzionato meglio quei territori che potevano contare sulla presenza di una medicina generale ben organizzata.
Da qui il dibattito, medico e non, sulla necessità del passaggio alla dipendenza dei medici di medicina generale.
Ritengo sia una soluzione sbagliata ad un problema vero, se ragioniamo in esclusivi termini di interesse pubblico.
La pandemia ha evidenziato alcuni precisi limiti della medicina generale per le visite a domicilio, in studio e per il contatto in genere. Accanto ad esempi di mirabile impegno dei singoli medici di famiglia (gran parte dei 354 morti lo erano!) appare evidente la disomogeneità assistenziale di prossimità, causata dalla mancanza di coordinamento, di sostegno e di collegamento funzionale con l’ospedale e con il distretto.
Il medico di famiglia si è trovato solo. Questo è il nodo della questione, se non lo si focalizza, si corre il rischio di non riuscire a far valere la reale potenzialità assistenziale della medicina generale. Lo stesso scarso coinvolgimento della medicina generale nell’operazione di vaccinazione anti Covid-19 lo dimostra, quando per anni il medico di famiglia ha garantito ai suoi assistiti una efficace campagna di vaccinazione antinfluenzale.
Abbiamo bisogno di un cambio di passo epocale, anche sfruttando le nuove tecnologie informatiche e digitali, ma senza una condivisione di un progetto e di una visione complessiva condivisa sulla sanità e sul Ssn, sia dai politici che dagli stessi professionisti, procederemo con aggiustamenti di un sistema sanitario che costa poco, ma che non rende quanto potrebbe, soprattutto in tema di tutela della salute e di presa in carico della cronicità al livello più vicino possibile alla vita quotidiana delle persone. A meno che lì non si voglia creare spazio ad altre logiche assistenziali…
Di certo credo che sia urgente rivedere il sistema formativo medico, sin dal corso di laurea, favorendo prima la vocazione, e poi gli opportuni percorsi di specializzazione, della Medicina Generale. La scandalosa esiguità delle borse di studio in MG è misura della considerazione di tale ruolo.
L’irrisorietà della quota capitaria di un medico di famiglia, unita alla scarsità della remunerazione dei colleghi dipendenti del Ssn, la dicono lunga di quanto sia importante rilanciare la professione medica e la sua funzione pubblicistica nella scala valoriale e sociale del nostro Paese.
Non si offendano le categorie che per brevità non ho citato, tra le quali per esempio la continuità assistenziale, il 118 o la specialistica ambulatoriale. Credo che siano sottopagate rispetto agli standard dei Paesi Europei a noi comparabili, e non sempre ben utilizzate.
Mi auguro che l’adeguata formazione possa anche riguardare la pubblica amministrazione sanitaria e la programmazione tecnico-politica.
Alberto Oliveti
Presidente Fondazione Enpam