Il bisturi come una freccia. In sala operatoria la stessa concentrazione di una gara internazionale.
C’è un filo rosso che unisce la professione medica e l’attività sportiva ai massimi livelli nella vita di Elisabetta Mijno, 35enne chirurgo ortopedico di Moncalieri, alle porte di Torino, medaglia d’argento nel tiro con l’arco alle Paralimpiadi di Tokyo.
BISTURI E FRECCIA
“In sala operatoria bisogna esprimere lo stesso talento e preparazione di un atleta in finale”, commenta al Giornale della Previdenza.
Il medico, laureato e appena specializzato a Torino, ha nella sua agenda il progetto di proseguire la carriera in camice avviata al Cto del capoluogo piemontese, nel settore della Chirurgia della mano.
Di ritorno dal Giappone, racconta di “un’Olimpiade difficile, complicata dal rinvio di un anno”, dove si è piazzata seconda nel misto a squadre. È stata la quarta Paralimpiade di fila per il camice bianco e atleta, che ha portato a casa la terza medaglia a cinque cerchi della carriera.
IL TALENTO DI NON ARRENDERSI
“Sono una persona che ha sempre creduto in quello che voleva fare e l’ha fatto, anche se il mio tragitto non è finito”, continua il chirurgo e atleta.
Mijno ricorda l’importanza di sapere “portare avanti più percorsi nella vita: lo sport e il lavoro, la famiglia e il lavoro. Mi dispiace – continua – vedere chi rinuncia per la paura di non riuscire”.
Quello che l’ha portata a vincere un argento a Londra nel 2012 e un bronzo a Rio 2016, oltre a sei medaglie mondiali e tre ori europei, è iniziato a nove anni, quattro anni dopo che un incidente stradale l’ha costretta su una sedia a rotelle.
Quasi per caso: “Un vicino di casa mi aveva chiesto se volessi provare a tirare con l’arco”.
La passione per la Medicina, invece, “c’è fino da quando ero bambina e si fonde con la mia attitudine ad aiutare le persone. È una di quelle cose – racconta – che sento parte di una vita felice, che mi fanno stare bene”.
PROFESSIONE MEDICA NEL DNA
Da bambina poi c’era nonna Carla e le sue mani segnate dall’artrite reumatoide, “che io volevo aggiustare”, dice.
“Mio nonno invece era un medico, ma io non l’ho mai conosciuto. Sicuramente mi ha passato qualche gene”, commenta Elisabetta a sottolineare quanto profonde siano le radici della sua scelta professionale e di vita.
Il camice bianco e vicecampionessa paralimpica non si è fermata davanti alle difficoltà.
“I risultati – spiega – così nello Sport come nella pratica chirurgica, si vedono con calma e con la voglia di perseverare e allenarsi, senza la fretta di arrivare subito al traguardo. Entrambe le discipline richiedono concentrazione per tante ore e bisogna imparare a lavorare in squadra”.
“Così come non si vincono medaglie da soli – conclude il medico e atleta paralimpico – non si ottengono risultati nella Chirurgia senza avere una squadra con la quale lavorare”.
Antioco Fois