
Giovanni Paolo II, colpito all’addome, si accascia sul sedile della papamobile, in piazza san Pietro (Foto: ©ANSA/ KLD)
Il mondo si è fermato alle 17.19 del 13 maggio del 1981, quando una pistola ha fatto fuoco per due volte contro Giovanni Paolo II. L’attentato al Papa ha cambiato il corso della storia e quella del policlinico ‘Agostino Gemelli’ di Roma, dove angeli in camice bianco hanno salvato la vita al paziente che sarà santo.
In quell’assolato mercoledì pomeriggio di quarant’anni fa, Karol Wojtyla è a bordo della papamobile in piazza San Pietro per l’udienza generale. In mezzo alla folla saluta e benedice i fedeli. Prende in braccio una bambina bionda con in mano un palloncino colorato, la bacia e la restituisce alla madre commossa.
Un attimo dopo, il primo sparo scatena un frullare di ali di piccioni.
Al secondo colpo sparato dal terrorista turco Alì Agca, il Papa si accascia su un fianco, tra le braccia di Stanislao Dziwisz, il suo segretario, portando le mani all’addome con una smorfia di dolore sul volto.
Il Santo Padre viene portato sull’ambulanza e trasferito al ‘Gemelli’, su indicazione del suo medico personale, Renato Buzzonetti.
SOTTO I FERRI
“‘Hanno sparato al Papa’, mi disse un dipendente del ‘Gemelli’”, racconta al Giornale della Previdenza Rocco Bellantone, preside della facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica e docente di Chirurgia generale.
“Allora – continua il camice bianco – ero un giovane assistente della cattedra di Semeiotica chirurgica, allievo del professor Francesco Crucitti, il medico che operò il Santo Padre”.
“Il Papa arrivò – ricorda il docente – in condizioni molto gravi, con una lacerazione dell’intestino e un’importante raccolta di sangue in addome”.
La barella apre con uno schianto “una porta che era chiusa”.
Il chirurgo di pronto soccorso è già informato sul gruppo sanguigno del paziente in arrivo e l’equipe di emergenza è già schierata, con Francesco Crucitti che ha raggiunto l’ospedale da una vicina casa di cura dov’era impegnato in alcune visite.
Prima dell’arrivo di quel paziente straordinario “si avvertiva un clima di sgomento, nervosismo, paura”, rievoca Bellantone. Ma una volta in sala operatoria, attorno alle 18, quella frenesia si placa, le emozioni si spengono.
“Durante l’intervento regnavano silenzio e concentrazione. Come accade sempre il chirurgo è troppo impegnato a guidare le proprie mani, non può pensare ad altro”, continua il preside della facoltà di Medicina, che ha assistito a quelle ore immerse nella concentrazione e che ha poi preso parte “ai successivi interventi al Papa, per un tumore al colon e per un’appendicite”.
SOTTO GLI OCCHI DEL MONDO
Fuori da quella sala operatoria che galleggia in una calma irreale, il ‘Gemelli’ è in stato di assedio.
La stampa di tutto il mondo preme per avere aggiornamenti sullo stato di salute del Santo Padre, giornalisti cercavano di strappare una dichiarazione a qualsiasi persona in camice, i fotografi si assieperanno per giorni, tentando incursioni per guadagnarsi una foto in esclusiva. E poi diplomatici, membri di Governo e delle istituzioni arriveranno in visita a colui che era anche il Capo di Stato della Città del Vaticano.
“Fuori dalla sala operatoria era il caos più totale. Appoggiato a una parete c’era il segretario del Papa che pregava a mani giunte”, racconta alla nostra testata Cesare Catananti, allora giovane medico di Direzione sanitaria, collaboratore del Sovrintendente sanitario, Luigi Candia, e poi direttore generale del Policlinico universitario fino alla pensione, nel 2012.
“Mi ricordo – continua – la direzione sanitaria invasa da una folla di autorità, dal presidente della Repubblica, Sandro Pertini, particolarmente emozionato e loquace, che voleva vedere il Papa, all’onorevole Claudio Martelli, tutti in attesa di notizie”.
Dopo due ore dall’inizio dell’intervento si era reso necessario dare un’informativa ufficiale alla stampa. Dopo essersi consultato con Buzzonetti, alle 20 il sovrintendente Candia scrive di tutta fretta il primo bollettino.
UN PROIETTILE A ZIG-ZAG
Dal campo operatorio emerge subito una stranezza. Il proiettile andato a segno all’addome ha seguito una traiettoria insolita.
“Un percorso a zig zag assolutamente inspiegabile”, racconterà in seguito Francesco Crucitti, come ricorda il giornalista Antonio Preziosi, autore del libro ‘Il Papa doveva morire. La storia dell’attentato a Giovanni Paolo II’.
Un proiettile entrato all’altezza dell’ombelico, sul lato sinistro, e uscito dalla zona sacrale. Anche se aveva trapassato il colon e l’intestino tenue, perforandolo in cinque punti, la pallottola aveva come cambiato traiettoria davanti all’aorta centrale.
“Se l’avesse colpita, – scriveva nei giorni scorsi Paolo Rodari, vaticanista di Repubblica – il Papa sarebbe morto sul colpo. Inoltre, il proiettile aveva appena scheggiato la spina dorsale, evitando di un nulla tutti i principali centri nervosi. Se fossero stati colpiti, il Papa sarebbe rimasto paralizzato”.
IL “VATICANO TERZO”
Un secondo bollettino viene diffuso intorno all’una, a intervento riuscito, dopo che il Papa è stato portato in rianimazione. Sei giorni dopo il Papa verrà trasferimento nel reparto di degenza, al decimo piano.
Per mettere fine alle incursioni dei fotografi, la Segreteria di Stato vaticana decide di diffondere una foto del Santo Padre nel suo letto di degenza. Un’immagine diventata storica. Invece, per accogliere ambasciatori e membri dei governi di tutto il mondo il ‘Gemelli’ destinerà al protocollo della Santa sede due stanze vicino all’ingresso del policlinico.
Giovanni Paolo II sceglierà più volte il ‘Gemelli’ per successivi ricoveri, tanto da ribattezzarlo “Vaticano Terzo”, residenza pontificia dopo Piazza San Pietro e Castel Gandolfo.
“Quei giorni – spiega Catananti nel web reportage ‘Hanno sparato al Papa’, realizzato dall’Università Cattolica – furono una sorta di ‘battesimo del fuoco’ che, considerando appunto i successivi ripetuti ricoveri, consentì di dare al Papa e alla Chiesa il meglio di cui si fosse capaci.
Fu un evento di rilevanza mondiale che indubbiamente segnò anche la storia personale di quanti, in qualche modo, furono coinvolti nella vicenda. Ma quelle due settimane di degenza segnarono anche la storia del Policlinico Agostino Gemelli”.
Antioco Fois