
Francesco Sepioni, il camice bianco di Gualdo Tadino in missione in Antartide
Un camice bianco italiano su Marte, o quasi. In Antartide, per sperimentare di persona le condizioni estreme imposte da un viaggio verso il Pianeta rosso.
“Un’esperienza durissima sia a livello fisico che psicologico, che proseguirà fino alla fine di gennaio”, racconta al Giornale della Previdenza Francesco Sepioni, collegato via satellite dalla base italo-francese ‘Concordia’, nel mezzo del continente antartico. Un’avventura sotto zero che per il medico di Gualdo Tadino, in provincia di Perugia, specializzato in emergenza urgenza, è iniziata la vigilia dello scorso Natale, con la traversata sulla rompighiaccio ‘Laura Bassi’, che dalla Nuova Zelanda si è spinta fino ad uno dei luoghi più ostili e isolati della terra.
Dove l’estate significa “-50 gradi e giorno per 24 ore, su un altopiano di 3.500 metri d’altitudine, dove non sopravvivono nemmeno i virus (Covid compreso). L’aria è secca e rarefatta e a queste condizioni perfino il sistema immunitario rallenta la propria attività”, dice Sepioni, che per gennaio è il medico della base, nell’ambito della 36esima spedizione in Antartide organizzata dal Pnra, dove la logistica è gestita dall’Enea e i programmi di ricerca sono finanziati dal ministero dell’Università, con il coordinamento scientifico del Cnr. Qua gli scienziati dell’Azienda spaziale europea (Esa) studiano come le persone presenti nella stazione si adattano ad un ambiente così estremo, in vista di una futura missione su Marte che per gli astronauti durerebbe 2 anni.
UN SOLO MEDICO DOVE TUTTI FANNO DI TUTTO
“Si sta svolgendo una missione molto importante e come unico medico sento di avere un ruolo fondamentale. Sono responsabile della salute di una cinquantina di persone presenti nella base. In queste condizioni – racconta il camice bianco – anche il minimo problema di salute potrebbe diventare impegnativo e l’ospedale più vicino è in Nuova Zelanda, a 4mila chilometri di distanza e tre giorni di volo”.
La quotidianità della ‘Concordia’ ricorda la routine dei sommergibilisti della seconda guerra mondiale, in un contesto dove tutti fanno di tutto. “Nella base oltre ai compiti specifici, attinenti alle rispettive professioni, il personale riveste diversi ruoli. Grazie a corsi ad hoc – dice il camice bianco al telefono satellitare – i presenti diventano addetti al primo intervento, aiutanti del medico come tecnici di radiologia in caso di frattura, ferristi per gli interventi chirurgici. Poi, a rotazione, tutti devono occuparsi della pulizia della struttura e del refettorio, anche del lavaggio dei piatti, medico compreso”.
CIBO SCADUTO E ACQUA DI MILLE ANNI FA
Non sarà Marte, ma il personale della ‘Concordia’ deve già fare i conti con un altro mondo, primo di batteri, che “ci permette di mangiare abitualmente alimenti scaduti in media di 7 o 12 anni, senza conseguenze per la salute, dato che l’aria secca e le basse temperature impediscono che questi si deteriorino. Il record, mi hanno riferito, appartiene ad una confezione di camomilla del 1999. L’acqua a disposizione – continua Sepioni – viene dalla neve prelevata dai bulldozer a vari metri di profondità. In pratica, ogni giorno abbiamo a tavola acqua di mille o duemila anni fa”.
Se le condizioni dell’ambiente esterno sono durissime – dove basta una passeggiata per vedere ghiacciarsi le sopracciglia – all’interno la base non lo sono di meno. Oltre lo stress fisico dettato dalle temperature estreme e dallo stravolgimento delle ritmo giorno-notte, la tenuta psicologica è messa duramente alla prova. Il racconto di un’avventura immersa in un paesaggio lunare, inghiottito dai ghiacci, isolato dal resto del mondo, quasi extraterrestre, evoca il senso di inquietudine delle atmosfere dell’Overlook hotel di ‘Shining’ o di film come ‘La cosa’ di John Carpenter. “Proprio per arginare la possibilità, soprattutto nei mesi invernali, di incorrere in problemi di depressione – chiosa Sepioni – e per limitare le difficoltà relazionali tra i presenti nella base, il personale è seguito da uno psicologo dell’Enea”.
In ogni modo, il compito più importante dell’unico medico della stazione rimane quello di non ammalarsi. È passata alla storia l’impresa di Leonid Rogozov, chirurgo sovietico che nel ’61, nel mezzo di una missione antartica, dovette operarsi da solo di appendicite. “L’intervento ebbe successo – commenta Sepioni con fare scaramantico – ma preferirei rimanesse unico nella storia della medicina”.
Antioco Fois